Appena metti piede fuori dall’aeroporto di Cancun capisci subito una cosa: non sei tu a scegliere come muoverti, sono gli altri a scegliere te. Taxi, bus, navette, passaggi mistici verso destinazioni non meglio specificate, trasferimenti di ogni tipo. Tutti ti parlano, tutti insieme, tutti con la stessa urgenza. È un piccolo assalto organizzato, di quelli che se non sei abituato ti travolgono in pochi secondi.
Sembra di essere in Asia, invece sei in America!
Ma io, da brava Viaggiatrice Dichiarata, ho imparato nel tempo che basta allontanarsi leggermente dal caos per trovare soluzioni migliori. Più tranquille, più chiare, spesso anche più economiche. O almeno… questo è quello che credevo.
Ci spostiamo un po’ e troviamo lui: cartellino al collo, aria abbastanza rassicurante, proposta semplice e convincente. Taxi a un’ottima tariffa. Non ci penso troppo, accettiamo senza farci pregare e saliamo in macchina. Tutto sembra perfettamente normale, e qui, inconsapevolmente, inizia il gioco.

Dopo pochi minuti di viaggio, però, l’autista si ferma. Si gira e ci dice che dobbiamo pagare. Fin qui nulla di strano, se non fosse che si avvicina un altro tizio, quello che, a quanto pare, si occupa della “riscossione crediti”. Una definizione che già di per sé suona un po’ creativa, ma siamo in un altro Paese e cerco di non farmi troppi film: magari funziona davvero così, anche se nella mia testa sento una vocina ‘Chiara… mh’.
Tira fuori il POS, mi mostra la cifra: 500 pesos. Perfetto. Avvicino il telefono, pago, ripartiamo. Tempo qualche secondo e arriva la notifica della mia fedele alleata Revolut. 5000 pesos. Sbarro gli occhi, faccio due conti al volo e sento salire una certezza molto chiara: non è stato un errore.
Urlo all’autista di tornare indietro.
Quelli che dovevano essere circa 25 euro erano diventati 250. E lì capisco esattamente in che situazione ci siamo infilati.
Torniamo indietro, guardo Marco con uno sguardo serio che non ammette repliche e gli dico: ‘Tu resta in macchina, ci penso io.’ Non era questione di fare la diva, era semplice logica, strategia: avevamo gli zaini dentro. Onestamente, non avevo alcuna intenzione di complicare ulteriormente la situazione e perderli.
Mi avvicino al tipo e vado dritta al punto: ‘Hai dieci minuti per restituirmi i soldi, altrimenti chiamo la polizia’. Lui parte con una collezione di scuse creative degna di un premio Oscar, io ripeto esattamente la stessa frase, senza cambiare una parola. Dopo qualche telefonata mi dice che arriverà un collega con i contanti perché non può annullare l’operazione. Sinceramente, non mi interessa come. Mi interessa riaverli.
Nel frattempo, mentre aspettiamo, l’autista decide che ha altro da fare, scarica i nostri zaini e se ne va, con una naturalezza quasi disarmante. Io tiro fuori il telefono e faccio una foto al tizio davanti a me, giusto per sicurezza, quando sento Marco dire, con l’ansia di chi sta vivendo il suo incubo peggiore: ‘Ho lasciato il telefono sul taxi.’
Minchia, perfetto. Ci mancava solo questo.
Gli dico immediatamente di richiamare l’autista e, sorprendentemente, il tizio esegue senza fare storie. Marco entra in modalità panico totale, ma è comprensibile. Perdere il telefono il primo giorno di viaggio non è esattamente il miglior inizio. Io cerco di restare lucida, almeno in apparenza, ma dentro friggo come le patatine nell’olio.
Dopo qualche minuto che sembra durare molto più del dovuto, il tassista torna. E poco dopo arriva anche quello che evidentemente è il “capo”, con i contanti. Mi guardo intorno: siamo da un benzinaio, passa gente, ci sono negozi e anche un cambia valute. Non è la situazione ideale, ma nemmeno completamente isolata, un minimo di sicurezza c’è.
Lui inizia a contare i soldi, ma non mi fido. Gli chiedo di spostarci vicino al cambia valute, dove so che di solito ci sono telecamere. Accetta. Riconta i soldi. Io nel frattempo penso che il livello successivo della truffa potrebbe essere rifilarmi banconote false, quindi prendo i contanti e chiedo allo sportello. La signora mi dice che non può verificarli, ma di stare tranquilla che sono veri. Non mi basta, ormai penso che siano tutti complici, quindi chiedo di fare un cambio valuta. Accetta. Ok, sono veri. Annullo l’operazione di cambio.
Nel frattempo Marco ha recuperato il telefono e, a questo punto, l’unica cosa che vogliamo è arrivare a destinazione. Risaliamo sul taxi, sì, proprio quello, perché ormai era lì, sapeva dove stavamo andando e ripartiamo. Dopo qualche minuto Marco mi confessa che ha dato 20 euro al tassista per avergli riportato il telefono. Lo trovo eccessivo, visto che era quasi il costo del viaggio dall’aeroporto in città, ma capisco l’ansia che lo ha assalito mentre pensava di averlo perso. Al contrario, dentro di me penso ‘bene, incentiviamo il sistema’.
Poco dopo, fermi nel traffico, il tassista comincia a dire che non può portarci fino a destinazione perché con il traffico ci vuole troppo, deve allungare la strada, non era preventivato e mille altre scuse per chiederci altri soldi. Questa volta però lo fermo subito. Gli ricordo che la posizione gliel’ho fatta vedere prima di partire, che l’accordo era chiaro e che, tra l’altro, ha già ricevuto un extra di 20 euro. Gli faccio capire, con tutta la calma possibile, che o ci porta dove deve portarci senza ulteriori richieste, oppure sarò io a spiegargli molto bene cosa significa mettersi nei guai per azioni illegali.
Per il resto del viaggio borbotta, ma smette di insistere. Noi siamo stanchi, provati dal lungo volo, dalla mancanza di sonno e da tutta la situazione, e quel tragitto sembra lungo un’era geologica.
Quando finalmente arriviamo, riprende la manfrina dei soldi aggiuntivi, ma non lo ascolto nemmeno perché a questo punto abbiamo un solo desiderio: andare in spiaggia, immergere i piedi nel Mare dei Caraibi e lasciarci tutto alle spalle.
Peccato che, al calar del sole, l’aria sia diventata decisamente più fresca del previsto. Niente bagno. Ripieghiamo su una cena di pesce proprio lì, sul mare, di quelle che ti rimettono al mondo. Mangiamo, ci rilassiamo, finalmente respiriamo.

Arriva il momento di pagare.
Chiediamo se accettano la carta.
No.
Ci guardiamo, e scoppiamo a ridere.
Perché, grazie alla nostra prima (dis)avventura messicana, avevamo appena ricevuto dei contanti senza aver fatto il cambio.
Alla fine, davvero, tutto è bene ciò che finisce bene. O forse, più semplicemente, tutto è bene ciò che ti lascia una storia che vale la pena raccontare.
Una volta tornata a casa, ho scritto una mail al Ministero del Turismo messicano, con in copia il consolato e l’ambasciata italiana, dettagliando tutto l’accaduto e allegando anche la foto del tizio che ha provato a truffarci. Perché va bene raccontare le (dis)avventure sul mio blog, ma non bisogna mai chiudere gli occhi di fronte a ciò che non funziona.
Io sono stata fortunata: il messaggio del pagamento è arrivato subito e ho potuto risolvere in tempo reale. Ma quante persone, ogni giorno, vengono ingannate allo stesso modo senza accorgersene?
Ecco perché è importante denunciare. Per fare ognuno la sua parte, anche nel proprio piccolo.
